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mattin buon'ora mi fà levà e la mi manda alla fontanella a prender l'acqua de fa' 'l disnà... Passa via d'un cavaliere : 'bella Nina, cusa fet lì? '...."
La filastrocca continua con il cavaliere che convince la donzelletta a trascorrere una notte in sua compagnia offrendole 500 scudi, ma la ragazza lo addormenta con un potente sonnifero e l'idillio si conclude con una beffa. Anche il giorno del bucato era un momento di allegria: le ragazze partivano al mattino con la gerla colma di biancheria portando con sé la colazione, tornavano solo alla sera dopo aver fatto asciugare i panni sull'erba. Nei tempi più recenti, quando cominciarono a nascere le "corti" il bucato, incominciarono a farlo in modo diverso usando l'acqua dei pozzi, la cenere e impiegando un'intera settimana per svolgere questa occupazione.
Un altro canto popolare era quello di PESCALUNA:
"Pescalun col rastrell, Pescalun de Cinisell". Tale motivetto veniva usato nelle feste dai giovani di leva proprio per indicare l'appartenenza ad un rione del paese. I proverbi collegati all'acqua sono diversi e riflettono la vita semplice dei contadini di allora. Alcuni sono in dialetto: SOLE: Sul sul vien fuori de bona te lo comanda la viola te o domandi il violun , sul sul vien fori di bun.
Altri sono ormai tradotti in italiano: "fare cerchi nell'acqua"; "fare un buco nell'acqua"; "La pioggia di febbraio riempie il granaio". Le metafore usate esprimono un'esigenza o una condizione, uno stato d'animo che l'immagine dell'acqua rende più facile da capire.
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