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Navi da guerra La più antica e più semplice nave da guerra, in uso sin dagli inizi della storia dei Fenici, è la pentecontera, lunga circa venticinque metri e dotata di un equipaggio di cinquanta uomini disposti, ai remi, in venticinque per ogni lato dell’imbarcazione. A bordo vi erano inoltre il comandante, il secondo, il pilota e gli uomini addetti alla manovra delle vele, che non superavano il numero di dieci. Il ritmo del remeggio veniva assicurato da un flautista.La regina del Mediterraneo, padrona incontrastata del mare tra il VII e il IV secolo a.C., fu la trireme o triera, la cui invenzione è attribuita dagli antichi autori ai naviganti fenici. Questa imbarcazione ospitava un equipaggio di circa cento ottanta uomini, disposti nel modo seguente: ottantacinque uomini per lato erano applicati ai remi, mentre la parte restante costituiva il personale addetto al comando e alla manovra della velatura, nonché un piccolo contingente di fanteria da sbarco destinata al combattimento. L’innovazione fondamentale di questa nave fu che i rematori, data la lunghezza dello scafo non superiore ai trentasei metri, furono disposti non in linea, bensì sovrapposti in tre file sfalsate. L’innovazione della successiva tetrera, usata nelle flotte cartaginesi a partire dal IV sec. a.C., e poi della pentera, fu quella di disporre quattro e, in seguito, cinque rematori a ciascun remo e su un medesimo banco. Questo ordinamento consentiva dunque di non aumentare eccessivamente l’altezza del bordo della nave e, quindi, di non renderne precaria la stabilità. Sia la tetrera che la pentera avevano una lunghezza di circa quaranta metri ed una larghezza di poco più di sei, con una parte immersa non superiore ai due metri. La massima velocità raggiungibile da queste navi, il cui equipaggio era rispettivamente di duecentoquaranta e di trecento uomini applicati ai trenta remi per lato, era di cinque o sei nodi. Tale velocità era ottenuta, unicamente per brevi tratti, con l’uso simultaneo dei due mezzi propulsivi (remi e vele), mentre la velocità di crociera, ottenibile con l’uso di uno solo dei mezzi di propulsione, era circa la metà di quella massima. Per quanto riguarda infine la carpenteria e le tecniche costruttive del tempo, di grande aiuto per la loro conoscenza è stata la scoperta, al largo di Marsala, di due relitti punici del III sec. a.C. Le navi, in discreto stato di conservazione, compatibilmente con la lunga permanenza in acqua, sono state classificate dagli scopritori come navi da guerra, ma l’assenza del rostro, e l’esigua lunghezza, non superiore ai trenta metri, permettono di attribuire ai due natanti piuttosto la funzione di avvisi-scorta, non destinati alle operazioni belliche ma a funzioni di collegamento. In ogni caso quello che resta di fondamentale importanza è la tecnica utilizzata per la loro costruzione. è stato infatti possibile osservare che entrambe le navi erano costituite di pezzi lignei prefabbricati separatamente e assemblati in un secondo momento. Sui bordi dei singoli pezzi sono state individuate lettere dell’alfabeto punico e linee-guida che dovevano servire da riferimento ai carpentieri. Si è pensato in sostanza che le varie parti dell’imbarcazione fossero realizzate separatamente, con l’aiuto di sagome prestabilite, e che fossero montate in seguito, dopo l’opportuna stagionatura e a seconda delle necessità. In tale modo, avendo immagazzinato in poco spazio le strutture necessarie, era possibile allestire in brevissimo tempo una flotta da guerra per far fronte a eventuali emergenze. Liberamente tratto da: Piero Bartoloni, Le navi e la navigazione: AA.VV., I Fenici, Milano: Bompiani, 1988, pp. 72-77. | ||||||||||||||||||||||