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(1872) Nel mistero del Mary Celeste, non a torto considerato, il più famoso e inesplicabile mistero di tutti i tempi nella storia del mare, ciò che maggiormente affascina, per chi si accinge a penetrarvi ad oltre un secolo di distanza, è il far luce sull'incredibile quantità di fatti e particolari, che in cento anni si sono accumulati e quasi incrostati intorno alla vicenda, separando i veri dai falsi o da quelli dubbi, e rimettendo ordine nella pura successione degli eventi. L'impresa è tanto più difficile in quanto esiste una vastissima letteratura sul Mary Celeste, soprattutto nei paesi anglosassoni: e fin dall'inizio giornalisti e scrittori infiocchettarono e abbellirono di testa loro, talvolta con fantasia ammirevole, i pochi resoconti ufficiali trapelati dall'inchiesta che il tribunale marittimo di Gibilterra svolse tra il dicembre 1872 e il marzo 1873. Non meno di sessanta volumi vennero scritti sull'argomento e centinaia di articoli apparvero su giornali e riviste, ma se si pensa che gli atti del processo furono resi di pubblico dominio solo nel 1942, settant'anni dopo il ritrovamento in alto mare del Mary Celeste, si comprende come tutta la letteratura precedente a quell'anno vada vista con estrema cautela. Per la medesima ragione le molte ipotesi avanzate per svelare il mistero urtano contro elementi che gli autori non conoscevano, o conoscevano poco, quando addirittura questi stessi elementi non si contraddicevano a vicenda. E poiché già di per sé il mistero è veramente fantascientifico, le frange leggendarie da cui fu progressivamente circondato non fecero che renderlo più fitto. Soltanto di recente sono usciti alcuni libri ben documentati sul Mary Celeste: l'inglese John Gilbert Lockhart, detto lo "Sherlock Holmes dei grandi misteri del mare", cominciò ad occuparsi del "caso‑ nel 1924 nei Mysteries of the Sea, e attraverso varie edizioni, successivamente modificate man mano egli scopriva nuovi e diversi elementi, giunse a una versione definitiva nel 1952 (ripubblicata nel 1958 e nel 1965 col titolo The "Mary Celeste" and Other Strange Tales of the Sea) con conclusioni diametralmente opposte a quelle iniziali. L'americano Charles Eden Fay, che ebbe la possibilità di vagliare tutte le fonti negli Stati Uniti, scrisse nel 1942 un eccellente The Mary Celeste: The Odyssey of an Abandoned Ship. Fra altri autori, ultimo in ordine di tempo (1972) è l'italiano Vero Roberti che ha intitolato il suo libro Il mito del "Mary Celeste", titolo appropriato perché cerca anzitutto di smitizzare il mistero ed e, a quanto ci consta, l'unica opera pubblicata in Italia sull'argomento. Dopo questo lungo, ma necessario preambolo, veniamo ora alla narrazione della straordinaria vicenda. Alle 13 e 30 del 5 dicembre 1872 il brigantino americano Dei Gratia, costruito nella nova Scozia e comandato dal capitano David Morehouse, dirigeva su Gibilterra per la consueta rotta che passava a nord delle Azzorre e si trovava a 38°20' di latitudine nord e a 170 15' di longitudine ovest, pressappoco 370 miglia a ovest delle Azzorre e 590 miglia da Gibilterra. Partito da New York il 15 novembre, il Dei Gratia aveva effettuato una traversata regolare: l'Atlantico era stato flagellato, all'inizio dell'autunno, da un maltempo eccezionale, ma dal primi di novembre le tempeste si erano un po' calmate e in complesso, data la stagione, non si poteva dire che in quel momento fosse particolarmente in collera. Alle 13 e 30 di quel 5 dicembre, dunque, il comandante Morehouse vide un veliero alla distanza di circa sei miglia, che navigava verso ponente, cioè nella direzione opposta alla sua: un brick-goletta o brigantino-goletta (half brig) che governava in modo strano, a zig zag, e aveva spiegati due soli. fiocchi e la vela di parrocchetto fissa sull'albero di trinchetto. Le altre vele del trinchetto apparivano strappate o serrate, e tutte serrate o ammainate sembravano quelle dell'albero di maestra. Passò un'ora e mezza e la misteriosa nave era ormai vicinissima al punto che qualcuno dei Dei Gratia poté leggerne il nome: era il Mary Celeste, comandato dal capitano Benjamin Briggs, vecchio amico del capitano Morchouse. Il Mary Celeste era partito da New York il 7 novembre, diretto a Genova, via Gibilterra, con un carico di 1701 barili di alcool: Morehouse ricordava benissimo il giorno della partenza, poiché la sera del 4 novembre aveva cenato col capitano Briggs, il quale gli aveva parlato del viaggio che si accingeva a fare con il Mary Celeste, il primo compiuto su quella nave. Poiché al richiami alla voce nessuno rispondeva, Morehouse fece mettere in mare un'imbarcazione, su cui salirono il secondo ufficiale Oliver Deveau, il terzo ufficiale John Wright e il marinaio Johnson. Non senza fatica il Mary Celeste fu abbordato e i due ufficiali si arrampicarono in coperta, mentre il marinaio rimase nella scialuppa. Ciò che essi videro, o meglio non videro, merita di essere descritto per esteso: e la descrizione si basa sulla deposizione giurata fatta più tardi da Deveau a Gibilterra, mentre non si hanno tracce di quella di John Wright, perché probabilmente dovette essere conforme a quella del compagno. Dunque, anzitutto i due ufficiali non videro anima viva sul ponte. Non videro -come fu scritto poi- della biancheria stesa ad asciugare, ma solo brandelli di vele che sbattevano: quelle di parrocchetto volante e di trinchetto. Chiamarono ad alta voce, ma un silenzio irreale aleggiava sulla nave, rotto soltanto dal rumore ritmico delle vele strappate quando un rifolo di vento veniva a colpirle. Data un'occhiata in giro, Deveau quasi per istinto si preoccupò di controllare anzitutto le pompe. "Erano in ordine", dirà poi, "ma nel locale c'erano, tre piedi e mezzo d'acqua", ossia circa un metro d'acqua. Poi procedette a verificare i boccaporti, la seconda cosa che un marinaio al quale sia dato di ispezionare una nave fa per abitudine. Trovò così il boccaporto di poppa aperto, aperto l'osteriggio ossia il lucernario che portava all'alloggio del capitano, del secondo ufficiale e al quadrato o saletta. Il boccaporto centrale, il più grande, era invece intatto, ma in compenso, procedendo verso prua, Deveau notò che il piccolo portello della cucina era spalancato e soprattutto era aperto il boccaporto di prora, e aperto in modo strano: il suo portello, scardinato dalle cerniere, giaceva a un metro di distanza sulla sinistra. “Questo mi parve”, depose poi Deveau, all'unico segno di violenza sulla coperta della nave: "la ruota del timone era libera e girava ora a destra, ora a sinistra; il vetro della finestrella della chiesuola era rotto e la bussola rovinata. Ma A danno mi sembrò naturale, forse dovuto a un colpo di vento o di mare". A questo punto i due uomini non poterono trattenersi e, attraverso l'osteriggio aperto, si calarono nell'alloggio del comandante e nel quadrato. Anche qui regnava un silenzio sinistro, ma si udiva lo sciacquio dell'acqua penetrata all'interno: ce n'era circa trenta centimetri. "Ogni cosa era infradiciata", riferì Deveau, "però gli effetti del capitano, vestiti e mobili, erano al loro posto; il letto era disfatto, la coperta e le lenzuola erano bagnate. Nella cuccetta più piccola sembrava avesse dormito un bambino: la sua impronta era ancora nitida. Rinvenni le carte e i libri di bordo sia nella cabina del capitano, sia nella saletta e nella cabina del secondo. Qui trovai, sulla scrivania, il giornale di bordo: l'ultima annotazione recava la data del 24 novembre. Nella saletta del quadrato c'era un armonium con uno spartito aperto sul leggio e, sotto il divano, una macchina per cucire. E’ su questa modesta macchina da cucire, appartenente alla moglie del capitano Briggs, che si sono sfrenate fin dall'inizio le fantasie di giornalisti e scrittori. La macchina da cucire, divenuta simbolo del mistero, per i più stava sulla tavola e aveva ancora un pezzo di stoffa sotto l'ago: ma Deveau non disse nulla di tutto questo, come non disse che su quella tavola della saletta c'erano un "porridge" incominciato, un uovo sodo piantato a mezzo e così via. La leggenda del Mary Celeste ha sempre tenacemente difeso questi avanzi di cibo abbandonati in fretta e furia, sembrava, da pochissimo tempo. Ma le cose non stavano così. Deveau, su quel famoso tavolo, trovò invece la rastrelliera per tener fermi i piatti e una carta nautica piegata in due: su questa era indicata la rotta seguita dal brigantino-goletta fino al 24 novembre e Deveau vide subito che si arrestava a un punto situato a una trentina di miglia a occidente dell'isola di Santa Maria, la più orientale e la più a sud delle Azzorre. Non vide invece subito le annotazioni sulla lavagna del quadrato: e questa è la parte più enigmatica della deposizione di Deveau. Il quale affermò che, scritti coi gesso, c'erano sulla lavagna i dati dell'ultimo rilevamento della posizione del Mary Celeste, fatto alle 8 del mattino del 25 novembre. Questi dati, destinati ad essere trascritti sul giornale di bordo, avvertivano che alle 8 del 25 novembre la nave aveva superato di sei miglia l'isola di Santa Maria e si trovava a 37°01' di latitudine nord e 25°01' di longitudine ovest. «Non avendo notato subito l'annotazione», sostenne Deveau al processo, "cancellai involontariamente la lavagna, dovendo scrivere una mia annotazione. Cosi credo per lo meno di aver fatto". Ma se Deveau si comportò così, come fece poi a ritrovare i dati fatti sparire? La circostanza che del resto non venne molto approfondita dall'inchiesta, anche perché i nuovi punti di rotta erano segnati sulla carta nautica è certamente inspiegabile. Più spiegabile, invece, è ciò che Deveau non vide sulla parte inferiore della lavagna, ma che fu notato assai più tardi, nel corso dell'inchiesta, dal capitano Winchester, comproprietario del Mary Celeste, venuto a difendere i propri diritti di fronte al tribunale dell'Ammiragliato britannico. Winchester osservò che qualcuno aveva inciso sulla lavagna, con una punta di metallo, le parole: «Fanny my dear wife. Frances M. R.» (Fanny, mia cara moglie). Sulla destinataria e sullo scrivente non potevano esserci dubbi: si trattava del secondo ufficiale Albert G. Richardson, la cui moglie. Frances, veniva chiamata comunemente Fanny, in particolare dal marito. Era l'inizio di un messaggio, subito interrotto, un'invocazione disperata, o una semplice esercitazione stilistica del secondo? Certo la scritta diede la stura a una serie di fantastiche ipotesi: intanto fu trasformata in una lettera vera e propria, incominciata, e qualche giornalista più astuto giunse a scrivere che, accanto al "foglio", era stato rinvenuto un biglietto da cinque sterline che il secondo si sarebbe proposto di accludere nella lettera alla moglie. Continuando nella loro ricerca, Deveau e Wright trovarono, sotto la cuccetta della cabina del capitano Briggs, una sciabola corta nella sua guaina. Deveau disse di averla sfoderata e di averla poi rimessa a posto, non avendovi scorto nulla di particolare ma, come vedremo, questa sciabola avrà una parte importante nella vicenda. I due ufficiali del Dei Gratia cercarono poi invano il sestante e il cronometro e si accorsero anche che mancavano i giornali di boccaporto ("Navigation Book") e i documenti di carico della nave. Passarono poi nel castello di prora e nella cucina: anche qui c'era acqua, ma tutto pareva in ordine. Le cuccette dei marinai erano a posto, le cerate, gli stivaletti degli uomini e perfino le loro pipe erano intatte. Nella cambusa le provviste di viveri -assai abbondanti- erano pure in ordine e nel deposito d'acqua pareva non mancare neppure tiri gallone del liquido. In complesso, come poi testimoniò Deveau all’inchiesta "ebbi l'impressione che la nave fosse stata abbandonata in gran fretta per cause ignote. La cassaforte del capitano era chiusa e conteneva l'esatta somma consegnata alla partenza dagli armatori. Il carico era in buone condizioni, anche se nella stiva c'era quasi un Metro d'acqua. A bordo non c'era alcuna imbarcazione". Su questa questione delle scialuppe del Mary Celeste nacque, e si ingrossò col tempo, una polemica frutto di un equivoco. A Gibilterra Morehouse depose infatti che il capitano Briggs, prima di partire, gli aveva confidato di aver dovuto lasciare a terra la lancia di salvataggio, poiché si era rovinata nelle operazioni di carico. L'indicazione venne confermata dall'armatore Winchester, il quale però aggiunse che il Mary Celeste aveva due imbarcazioni, sistemate in coperta sul boccaporto centrale: poiché, quando la nave fu ritrovata, non ne rimaneva neppure una, venne tenacemente sostenuto, da scrittori anche seri come Lockhart, che il Mary Celeste fu abbandonato senza mettere in mare alcuna lancia, per il semplice fatto che non ne possedeva, in base a quanto dichiarato da Morehouse. Insomma la leggenda del Mary Celeste si arricchì del particolare suggestivo dei suoi uomini che si buttano disperatamente in mare uno dietro l'altro. Invece Deveau all'inchiesta, fu preciso su questo punto e, rispondendo a una domanda del giudice inquirente, disse che un settore dell'orlo di murata era stato rimosso e collocato sulla coperta "evidentemente per calare in mare l'imbarcazione di salvataggio che doveva trovarsi sul boccaporto principale". C'è poi la questione del gatto, che fantasiosi cronisti vollero fosse stato ritrovato sulla stufa della cucina. Che a bordo ci fosse un gatto ' certo perché in una lettera scritta prima di partire, il 27 ottobre, dalla signora Briggs, moglie del capitano, e indirizzata al figlio Arthur di sette anni (che era rimasto a Marion con la nonna per frequentare la scuola), si legge: «La piccola Sophia ha preso subito interesse al gatto di bordo... che ha battezzato Poo-uh Poo». Del gatto, comunque, Deveau non parla nella sua deposizione, e c'è da pensare che non abbia trovato a bordo alcun felino: anche Poo-uh Poo dovette seguire la misteriosa sorte dei suoi padroni. Finita la loro ispezione -e c'è da credere che Wright e Deveau nel corso di essa non abbiano potuto trattenere qualche brivido di paura- i due ufficiali tornarono sul Dei Gratta a riferire al comandante Morehouse. Deveau gli propose di impossessarsi della nave abbandonata e di condurla a Gibilterra per incassare il compenso dovuto in base alle leggi del mare. Deveau chiese a Morehouse di guidare egli stesso il Mary Celeste e alle 16.30 del 5 dicembre s'installò a bordo con due marinai, Charles Lund e Augustus Anderson. Le due navi navigarono insieme fino all'11 dicembre, poi a causa del mare grosso si separarono. Il Dei Gratia giunse a Gibilterra il 12 dicembre, il Mary Celeste il 13. Il Mary Celeste fu subito posto sotto sequestro e cominciò l'inchiesta del tribunale dell'Ammiragliato britannico, ma prima di riferire su questa vale la pena di accennare a un particolare controverso e abbastanza importante. Secondo alcuni Morehouse salì a bordo del Mary Celeste dopo che Deveau ebbe fatto le prime ricerche: secondo altri non vi salì mai prima dell'arrivo a Gibilterra. La questione non risulta chiara né dagli atti dell'Ammiragliato, né dalle interviste concesse da Morehouse. Però sembra strano che, di fronte a un caso tanto inusitato, che riguardava per di più un suo amico, Morehouse non abbia avuto la curiosità di ispezionare subito lui stesso il Mary Celeste. Un altro punto su cui, a distanza di più di un secolo, non tutti si trovano d'accordo, è il numero e il nome delle persone che si trovavano a bordo del Mary Celeste e che scomparvero nel nulla. Sul numero si sono sfrenate le più rocambolesche ipotesi: in generale si fece salire il numero a 13, perché, se non altro, questo aggiungeva un tocco in più all'appassionante thrilling del mare. Oggi si sa con quasi assoluta certezza che le persone imbarcate furono dieci in tutto, conformemente alla lista comunicata alla British Vice-Admiralty Court dal capitano Winchester, armatore e comproprietario della nave. Ma sul nomi esatti ci sono ancora alcune incertezze. Intanto il capitano Benjamin Spooner Briggs, di Marion, nel Massachusetts, risulta di un'età variabile fra i 37 e i 45 anni; sua moglie Sarah Elizabeth, di 30 anni, profondamente religiosa come il marito, si chiamava da ragazza Cobb. C'erano poi la loro figlia Sophia Matilda di due anni (abbiamo visto che i Briggs avevano anche un maschio, Arthur, lasciato a terra); il secondo ufficiale Albert G. Richardson, del Maine, di 28 anni; il terzo ufficiale Andrew Gilling, di New York, 25 anni; lo stewart Edward Head, di New York; e quattro marinai tedeschi, originari delle isole Frisone orientali (i fratelli Volkert e Boz Lorenzen; Arian Martens, nei documenti trascritto anche come Harbens; e Gottlieb Goodschall, chiamato talvolta Goodshaad). Quando cominciò a formarsi il mito del Mary Celeste, alcuni di questi marinai divennero negri, o italiani o di altre nazionalità: nel marzo 1902 Fariny Richardson (moglie del secondo ufficiale, colei alla quale era stato indirizzato il presunto messaggio inciso sulla lavagna) in una intervista al Brooklyn Daily Eagle disse che l'equipaggio era composto di italiani, turchi e portoghesi, «gente sinistra e infida», ed espresse la sua convinzione che il marito, il capitano Briggs e la famiglia fossero stati assassinati da questa ciurma di delinquenti. Se tale era l'opinione di una delle parti in causa, immaginiamo facilmente quali tenebrosi ricami dovettero essere tessuti sull'argomento dai giornalisti. Pareri ben diversi, però, avevano dato sull'equipaggio il capitano Briggs e la moglie. In una lettera inviata dal comandante a sua madre il 3 novembre, poco prima della partenza, Briggs scrisse: «Spero che avremo un viaggio piacevole... La nostra nave è in perfetto ordine», e la signora Briggs, scrivendo ancora alla suocera, dichiarò: «Benje è sicuro di aver riunito ai suoi ordini un ottimo equipaggio». Abbiamo detto che Briggs era al suo primo viaggio con il Mary Celeste (ne aveva assunto il comando solo il 29 ottobre 1872): questa circostanza fece fiorire tutta una serie di leggende intorno ai precedenti viaggi della Il nave sfortunata". In realtà il Mary Celeste non ebbe, prima del 1872, né particolare fortuna, né particolare sfortuna. Era stato costruito nella Spencer Island nella baia di Fundy in Nuova Scozia, quella in cui si verificano le più alte marce del globo. Varato nel 1861 con il nome di Amazon, aveva inizialmente una stazza lorda di 198 tonnellate (era lungo oltre trenta metri e largo otto): il suo primo proprietario e armatore fu un certo Joshua Dewis. Nei primi anni della sua vita aveva speronato e affondato una piccola nave presso Dover e si era incagliato e danneggiato presso; le coste della Nuova Scozia: ma si trattava di due incidenti non certo insoliti per le navi a vela che navigavano in una delle zone di mare più difficili del mondo. Comunque, in seguito all'incaglio, il suo proprietario volle sbarazzarsene e lo vendette alla fine del 1868 per una cifra irrisoria (1700 dollari) all'armatore americano Richard W. Haines, che lo ribattezzò Mary Celeste. Haines spese un bel po' di dollari in riparazioni, ingrandì la nave portandone la stazza lorda a 282 tonnellate, e poi, il 13 ottobre 1869, la vendette al capitano James Winchester e a due suoi soci, Il primo comandante del Mary Celeste, nel suo nuovo assetto di brigantino-goletta, fu un certo Rufus Fowler, il secondo, appunto, Briggs. Il comandante Briggs, secondo l'opinione unanime degli ambienti marittimi della Nuova Inghilterra, era un ottimo uomo di mare, prudente e sperimentato: quando, in seguito ai molti e fantasiosi tentativi per spiegare il mistero, ne venne messa in dubbio la reputazione, a difenderlo insorsero in molti. Colui al quale dobbiamo i maggiori particolari sulla figura morale e sulla psicologia di Briggs è un cugino per parte della moglie, il dottor Oliver Cobb, il quale ne affermò sempre la profonda fede religiosa: Briggs era molto equilibrato, non beveva e non gli si conoscevano vizi di sorta. Per il resto era attaccato alla famiglia e, a quanto pare, non aveva nemici: con la gente dell'equipaggio in viaggi precedenti, si era sempre dimostrato umano, per quanto almeno lo consentivano le durissime condizioni delle navi a vela di quell'epoca. Torniamo ora a Gibilterra, dove la nave era stata portata da Deveau, secondo ufficiale del Dei Gratia. Il suo arrivo destò enorme scalpore e le sollecite autorità navali britanniche non tardarono a mettere sotto sequestro il Mary Celeste e a iniziare la procedura dell'inchiesta, durata dal 18 dicembre 1872 al 24 marzo del 1873. Procuratore generale fu Solly Flood, presidente del tribunale sir James Cochrane. Il Mary Celeste fu sottoposto a due minuziose ispezioni, la prima il 23 dicembre, la seconda il 7 gennaio, sotto la direzione del capo‑ispettore marittimo John Austin e con l'aiuto di un palombaro locale, Portunato. Nella prima ispezione, rispetto a quanto Deveau aveva trovato, venne fatta un'importante scoperta: sulla fiancata di prua di dritta e di sinistra, circa un metro e mezzo sul livello dell'acqua, furono rinvenuti due tagli, o, meglio, due fenditure, fatte senza alcun dubbio con una scure e fatte di recente, e nel medesimo momento. I tagli erano lunghi un paio di metri, profondi un centimetro e larghi tre: l'ascia doveva essere stata molto affilata, e sul Mary Celeste non ce n'era che una vecchia e arrugginita. Anche l'orlo della murata di dritta presentava un taglio, più piccolo e lungo circa trenta centimetri. L'attenzione del procuratore Flood fu poi particolarmente attirata dalla sciabola del capitano Briggs: dopo averla esaminata a lungo credette di scoprire sulla lama macchie di sangue e, a buon conto, ordinò una analisi chimica al perito dottor Patron. La prima impressione di Flood fu che il veliero fosse solido e in perfette condizioni di navigabilità, che non si fosse imbattuto in tempi eccezionalmente cattivi, che non presentasse segni di esplosione o di incendio. Un fatto incredibile gli parve naturalmente (e non a lui soltanto) che, dopo l'ultima rilevazione compiuta il 24 dicembre, la nave avesse proseguito la navigazione verso Gibilterra senza nessuno a bordo, su una rotta pressoché esatta e con il timone in balla degli elementi, per quasi undici giorni. Nella seconda ispezione, nel corso della quale Flood si fece accompagnare dai capitani di vascello Fitzroy, Ardeane, Dowell e Vansittard, comandanti delle navi da guerra Minotaur, Agincourt, Hercules e Sultan, allora alla fonda a Gibilterra, e dal colonnello del genio navale Laffan, saltarono fuori due nuovi elementi di estremo interesse: in corrispondenza del taglio sull'orlo della murata di dritta vennero scoperte sospette macchie di sangue sulla coperta. Esaminato poi il carico, ci si accorse che tre barili erano rovesciati e che uno appariva aperto o manomesso, con una perdita di qualche gallone d'alcool. Flood ordinò a Patron una nuova perizia chimica sulle macchie sospette e, quanto all'alcool mancante, non ci volle altro perché, nella sua mente, si andasse rafforzando la convinzione che il mistero potesse trovare una spiegazione nell'ammutinamento di una parte dell'equipaggio, reso ubriaco dall'alcool. Ucciso il capitano, il secondo e il terzo ufficiale, la moglie e la figlioletta di Briggs, la ciurma avrebbe continuato per conto proprio la navigazione fino all'incontro con Morehouse: il quale, secondo Flood, aveva avuto una parte "certissima" nella vicenda: avrebbe nascosto gli ammutinati per spartire poi con loro la ricompensa corrispondente al valore della nave tratta a salvamento. Bastava aspettare un po', riteneva Flood, e gli assassini sarebbero saltati fuori in qualche angolo della terra. Questa teoria "gialla" ricevette però un brutto colpo dai risultati della perizia: sulla sciabola di Briggs le macchie sospette erano di ruggine, né il. dottor Patron trovò la minima traccia di sangue sul ponte o in altri luoghi. La perizia non fu resa pubblica fino al 1887 e, in mancanza di altre prove, Flood dovette a malincuore chiudere l'inchiesta con un nulla di fatto", ma le sue tenaci convinzioni ebbero l'indiretto risultato di far assegnare a Morehouse e a Deveau soltanto 1700 sterline (8.300 dollari), in luogo della metà del carico e del valore della nave, calcolati, in complesso, 42.600 dollari. Morehouse se ne lamentò aspramente, ma non ci fu nulla da fare. Da allora venne dato libero campo all'immaginazione per tentare di sciogliere il mistero e le ipotesi più strampalate si fecero strada o furono accettate per buone: eppure, fin da allora, A capitano di vascello Shufeldt, comandante dell'incrociatore americano Plymouth, giunto a Gibilterra il 5 febbraio 1873, richiesto dal console americano Sprague di un parere, escluse l'ipotesi dell'ammutinamento ed espresse la sua ferma convinzione che il Mary Celeste fosse stato abbandonato in un momento di panico: ma quale fosse la causa di quel panico non poté dirlo. t ora lungo ricordare tutte le fantasiose ipotesi che si fecero per spiegare il mistero, ipotesi tanto assurde quanto più i fatti veri erano incerti o travisati (a causa dell'imperfetta informazione sull'inchiesta che, come si è detto, fu pubblicata solo nel 1942) e dal momento che ormai l'unico oggetto concreto su cui basarsi, il Mary Celeste stesso, era scomparso anch'esso. La fine della disgraziata nave fu, infatti, conforme alla tradizione delle leggende del mare, sinistra e malinconica insieme. Ripartita nel marzo 1873 al comando del capitano Blackford da Gibilterra verso Genova, originario luogo di destinazione, sbarcò il carico di 1701 barili di alcool, contenuti in recipienti di solida quercia rossa. A Genova si trovò che, forse a causa della trasudazione durante A viaggio, nove barili erano semivuoti, ma non e si dette particolare importanza alla cosa, perché dopotutto, poteva trattarsi anche di una frode macchinata in partenza dal venditori. Il Mary Celeste tornò a New York nel settembre 1873, ma la sua fama di nave sfortunata le fece perdere molti noli , a parte la circostanza che riusciva sempre più difficile raccogliere un equipaggio disposto a farla navigare. Dopo una grama esistenza il suo proprietario, capitano Winchester, la vendette nel 1880 a un gruppo di loschi armatori. Affidata a un certo capitano Parker, cominciò una serie di traffici illegali finché, il 3 gennaio 1885, s'incagliò sugli scogli di Rochelais, nel pressi di Haiti. Lì la povera nave fu abbandonata e il mare fini lentamente per distruggerla pezzo per pezzo, mentre le compagnie di assicurazione fecero causa agli armatori accusandoli di frode (risultò infatti che, anziché posaterie e bottiglie di birra, la nave trasportava collari per cani e recipienti di acqua sporca, e il capitano Parker fu tratto in arresto). Nei sei mesi successivi molti di coloro che avevano avuto a che fare con il Mary Celeste perirono tragicamente, e fra questi Oliver Deveau. Pressappoco in questo periodo usci il primo racconto inteso a svelare il mistero del Mary Celeste. Venne pubblicato anonimo sul Cornhill Magazine di Londra ed era intitolato Il rapporto di J. Habakuk Jephson: soltanto nel 1890 si seppe che era dovuto alla penna di Conan Doyle, allora venticinquenne. Il dottor Jephson, protagonista del racconto, era, secondo il suo autore, l'unico sopravvissuto del Mary Celeste: sulla nave si era imbarcato un diabolico personaggio "Septimus Goring" per metà negro e feroce odiatore della razza bianca, il quale aveva ucciso ad uno ad uno Briggs e gli altri ufficiali, dirottando poi il brick-goletta sulle coste africane: qui tutti i membri dell'equipaggio erano stati assassinati e il Mary Celeste lasciato andare alla deriva. Jephson venne risparmiato perché in possesso di un talismano al quale Goring attribuiva uno strano potere, e riuscì, dopo molte vicissitudini, a raggiungere l'Inghilterra. Ci fu anche chi prese per vera questa pittoresca narrazione, benché più tardi l'autore stesso l'avesse dichiarata un parto di pura immaginazione; ma non per questo cessarono, col passar del tempo, i tentativi di dare una spiegazione alla vicenda della nave fantasma, basati, per lo più su rivelazioni di presunti superstiti i quali, specialmente poco prima della grande guerra, spuntarono come funghi, alimentati dalle pubblicazioni di riviste popolari come lo Strand Magazine. Quest'ultimo nel 1913 inventò il personaggio di Abel Fosdyk, che in punto di morte avrebbe rivelato la verità di cui egli stesso era stato testimone oculare trent'anni Prima: questa verità comprendeva una lite tra Briggs e il secondo, una folle scommessa da parte di quest'ultimo che un uomo sarebbe stato capace di nuotare vestito di tutto punto, e la sperimentazione pratica della scommessa fatta non solo dal capitano e dal secondo, ma da parecchi membri dell'equipaggio. In difficoltà per il mare mosso, i nuotatori vennero soccorsi da altri, che via via scomparvero nelle onde. Del resto il Nautical Magazine non fu da meno e nello stesso anno riesumò un altro "unico superstite", questa volta un greco di nome Specioti: a sentir lui il Mary Celeste sarebbe stato assalito dai pirati e il suo equipaggio ucciso in prigionia. Con ancor maggiore fantasia nel 1924 il Daily Express pubblicò il racconto di un certo comandante Lucy, che affermava di aver appreso i particolari della sparizione dei dieci del Mary Celeste dal solito "unico superstite", morto molti anni prima. L'uomo si chiamava Triggs e accennava all'incontro con una nave misteriosa abbandonata, al furto di 3.500 sterline compiuto da Briggs a bordo della nave e al successivo abbandono del Mary Celeste per andarsi a godere in pace il frutto della rapina. Nel frattempo si erano accumulate altre versioni: chi aveva sostenuto la cattura degli uomini del Mary Celeste da parte di un'altra nave rimasta decimata nell'equipaggio a causa di una misteriosa malattia, chi questa misteriosa malattia l'aveva immaginata a bordo dello stesso Mary Celeste, chi aveva pensato a un gas che avesse fatto impazzire tutti gli uomini del brick-goletta inducendoli a gettarsi in mare, chi aveva accusato un iceberg che sembrava sul punto di investire la nave, costringendo l'equipaggio a calarsi nella lancia, e che poi aveva cambiato rotta. La presenza di un iceberg avrebbe anche potuto reggere se, alla latitudine a cui navigava il Mary Celeste, ne fossero mai stati visti: reggeva meno, invece, la leggenda di una gigantesca piovra che avrebbe ghermito ad uno ad uno gli occupanti della nave; ipotesi che, peraltro, fu più volte seriamente discussa. A un certo punto, chi sa perché, ci si accanì sulla presenza a bordo di un maniaco religioso, determinato a punire per i loro peccati gli uomini del Mary Celeste, uccidendoli uno per uno: questa versione fu accolta persino da uno scrittore serio come Lockhart, in un primo tentativo fatto nel 1924 per spiegare il mistero, e il maniaco religioso sarebbe stato lo stesso capitano Briggs. Più tardi Lockhart, studiando meglio la questione, fece ampiamente ammenda, ma la tradizione rimase a far parte del mito del Mary Celeste. Nel 1926, poi, riapparve un altro ‑sopravvissuto‑, un certo John Pemberton, autonominatosi cuoco di bordo, che sul Chambers Journal raccontò una storia così confusa che non vale la pena di ricordarla per esteso: si accennava a una colpevole collusione fra Briggs e Morehouse, alla morte della signora Briggs, schiacciata dall'armonium che si era spostato (ma Pemberton parlava di un "pianoforte"), alla successiva pazzia omicida di Briggs, sconvolto per l'accaduto. Il falso cuoco riapparve per l'ultima volta nel 1929, questa volta addirittura in un libro: qui venne fra l'altro inventata una rivalità tra Briggs e il suo secondo, a causa della vezzosa signora Briggs. Basi più serie ha A tentativo di spiegazione di Charles Eden Fay nel suo libro del 1942, se non altro perché l'autore ebbe modo di compulsare tutti gli autentici documenti ufficiali. Fay sostenne la tesi di una tromba marina che avrebbe strappato le vele della nave e determinato un fenomeno di panico tale da indurre Briggs e gli altri a lasciare la nave precipitosamente, senza poi essere più in grado di raggiungerla. Ma anche questa spiegazione non soddisfa: prima di tutto perché il servizio meteorologico delle Azzorre del 24 e 25 novembre 1872, pur accennando a una perturbazione che aveva determinato un forte moto ondoso nella zona, non accenna a vere e proprie tempeste e tanto meno a trombe marine. In secondo luogo perché a tutti gli uomini di mare è sempre parso molto improbabile poter calare in acqua (soprattutto se agitata) una scialuppa mentre la nave naviga con cinque vele spiegate: quelle, appunto, con cui si presentò il Mary Celeste, dieci giorni più tardi, agli occhi di Morehouse e di Deveau. Poiché i pennoni erano incrociati (così furono trovati da Deveau) si dovrebbe pensare che l'imbarcazione sia stata calata in mare senza mettersi sottovento, operazione non impossibile, ma certo molto difficile, anche se compiuta in preda alla fretta dovuta al panico. D'altra parte la questione delle vele rimane in ogni ipotesi che si possa formulare. La nave fu abbandonata prima che le vele fossero strappate o dopo, e magari in conseguenza di questo? Nel primo caso si può pensare che le vele siano state strappate dai colpi di vento intervenuti durante la lunga navigazione solitaria, nel secondo non si capisce perché abbiano resistito solo quelle cinque che il Dei Grafia trovò spiegate. La stessa questione riguarda l'acqua trovata nei sottoponti, nella cucina e nella stiva: vi penetrò prima dell'abbandono o dopo, in conseguenza di piovaschi e attraverso i boccaporti lasciati aperti? Ed è possibile, poi, che una nave abbandonata dopo le otto del mattino del 25 novembre abbia navigato verso oriente per 378 miglia, mantenendo la rotta per 228 ore (9 giorni e mezzo)? Su questo punto gli esperti sono piuttosto discordi, ma non escludono in senso assoluto la possibilità. Poiché, poi, quando il Mary Celeste venne avvistato, aveva una velocità di almeno due nodi, occorre ipotizzare che abbia percorso assai più di 378 miglia: tuttavia, dal momento che la nave il 5 dicembre navigava in direzione opposta, la tesi più probabile è che per almeno otto giorni il Mary Celeste abbia proseguito, più o meno, sulla propria rotta, e solo negli ultimi due giorni, in seguito a un forte colpo di vento, la ruota del timone avrebbe girato, portando la nave a percorrere una novantina di miglia in senso opposto, fino all'incontro col Dei Gratia. Tutto questo è teoricamente possibile, certo, ma poco probabile, e lascia perplessi. Per superare questa difficoltà, che disturba -diciamo così- anche la spiegazione che, come vedremo, è oggi ritenuta la più probabile del mistero, sono state compulsate, in lungo e, in largo. le condizioni meteorologiche dell'epoca. soprattutto nella zona atlantica delle Azzorre. A quel tempo esistevano due stazioni meteorologiche nelle Azzorre re, una a Ponta Delegada, cinquanta miglia a nord dell'ultima posizione accertata del Mary Celeste, l'altra nell'isola di Terceira, 137 miglia a nord‑ovest. I registri sono stati conservati, ma servono, in verità, assai poco: entrambi gli osservatori il 24 novembre davano localmente mare calmo e bave di vento, con tendenza a rinfrescare, e segnalavano un vento molto forte la mattina del 25. I dati proseguono piuttosto incerti e contraddittori anche nei giorni seguenti, ma in realtà non furono rilevate vere e proprie condizioni burrascose persistenti in quella zona dell'Atlantico. E’ stato però fatto notare che in mare si può verificare bonaccia in un punto e tempesta a trenta o quaranta miglia di distanza: e si aggiunga che a Santa Maria, sfiorata dal Mary Celeste, non esisteva un osservatorio meteorologico. E veniamo infine alla "spiegazione" moderna del mistero, accolta attualmente come l'unica razionale. Veramente si tratta di una modernità per modo di dire perché l'ipotesi fu già avanzata nel gennaio 1886 (sul New York World) dall'armatore del Mary Celeste James Winchester. Secondo Winchester, dunque, e secondo quasi tutti coloro che scrissero di recente sul Mary Celeste, le cause della tragedia sono collegate al carico di 1701 barili di alcool che la nave trasportava. L'alcool era contenuto in recipienti molto porosi ed è probabile che i vapori dell'alcool, esalando attraverso i pori del legno e mescolandosi all'aria viziata della stiva, abbiano creato un gas esplosivo che fece saltare in aria il boccaporto del portello di prora, che difatti venne trovato scardinato. E quasi certo (anche se non se ne trova menzione nel giornale di bordo) che per tutta la navigazione fino al 25 novembre, a causa delle condizioni del mare il capitano Briggs non abbia fatto ventilare la stiva. Questa operazione venne probabilmente ordinata la mattina del 25 novembre, dopo le 8, ora a cui risale l'ultima annotazione sulla navigazione. Non appena aperti i boccaporti della stiva dovette avvenire un'esplosione, magari accompagnata da fuoruscita di fumo e da sordi boati. Il panico s'impadronì dell'equipaggio e di Briggs, il quale sapeva benissimo che cosa avrebbe potuto rappresentare, con quel carico pericoloso, un incendio a bordo. Forse fu fatto un tentativo di allagare la stiva, che non riuscì e allora Briggs decise precipitosamente di abbandonare la nave. Tentò probabilmente di assicurare la lancia con un cavo di rimorchio (e forse si deve a questa operazione il taglio sull'orlo superiore della murata), ma il cavo si ruppe e la scialuppa venne rovesciata e sommersa, facendo perire tutti quelli che l'occupavano. Sottoposta a una attenta critica, però, anche questa ipotesi appare piuttosto debole: nove barili quasi vuoti su 1701, trovati a Genova, non giustificano affatto una situazione così preoccupante da far presumere azioni insensate come quella dell'abbandono improvviso del Mary Celeste. Tanto più che, come si è accennato, non è detto che quei barili non fossero vuoti fin dalla partenza. Infatti, se si volesse ammettere la teoria della “trasudazione", tutti o quasi tutti i barili. in misura minore o maggiore, avrebbero dovuto perdere alcool, mentre ciò non avvenne affatto. Uno solo dei barili, invece, si presentava scoperchiato, con la mancanza di alcuni galloni di liquido, ma neppur questo è evidentemente sufficiente per spiegare i fatti, tanto più che l'inchiesta a Gibilterra non trovò tracce di scoppi o di incendio. Riesce anche arduo ammettere che un comandante sperimentato come Briggs abbia potuto perder la testa a tal punto da lasciare la nave senza aver prima accertato se l'eventuale scoppio (ammesso che ci sia stato) e la minaccia del fuoco non potessero essere circoscritti e dominati. Né riesce plausibile l'idea che i fumi dell'alcool abbiano indotto dieci persone a comportarsi in modo tanto assurdo. Invece, nella vicenda del Mary Celeste colpiscono alcune circostanze che ora enumereremo:
Questi sei punti vanno meditati attentamente e, se vi si riflette, si deve ammettere che le congetture iniziali del procuratore Flood non furono poi così arbitrarie come gli autori moderni vogliono credere: Flood, si ricorderà, nutriva forti sospetti nei confronti di Morehouse e di Deveau, e a quest'ultimo venne anzi rimproverato di aver fatto sparire prove essenziali: per esempio, l'aver cancellato dalla lavagnetta del quadrato la scritta riguardante la posizione del 25 novembre; l'aver cancellato presunte macchie di sangue, lavando accuratamente il ponte; l'essere stato, in più di una occasione, reticente su alcuni particolari. Se ne deduce, in conseguenza:
Tentare a questo punto di azzardare una ennesima ipotesi è abbastanza assurdo, ma rimane il dubbio, non infondato, che il Mary Celeste non sia stato abbandonato il 25 novembre, ma assai più tardi, probabilmente non più di 24 ore prima del suo ritrovamento "ufficiale" da parte del Dei Gratia. Che il giornale di bordo non sia stato compilato dopo A 24 novembre non prova nulla: prova soltanto che il capitano Briggs o il suo secondo Richardson non poterono o non vollero compilarlo. L'ipotesi di un ammutinamento non può essere scartata solo perché Deveau e Wright assicurarono che, nel complesso, la nave ritrovata il 5 dicembre era «In ordine». Come già si è accennato, negli otto giorni in cui essi rimasero a bordo poterono, magari anche involontariamente, far sparire qualunque indizio. Né veramente può essere esclusa una complicità fra Morehouse, Deveau e altri del Dei Gratia, diretta a impossessarsi del brigantino‑goletta per ricevere l'ingente ricompensa che, secondo le leggi marittime, essi si aspettavano. Le due ipotesi possono addirittura completarsi a vicenda: può darsi che Deveau e Wright abbiano trovato a bordo qualcuno degli ammutinati ancor vivo e che abbiano compiuto l'opera facendoli sparire nell'oceano. Si tratta, intendiamoci, di pure supposizioni di cui non esiste la minima prova, ma non più inverosimili delle tante avanzate per spiegare il mistero, e che avrebbero, se non altro, il vantaggio di rendere un po' più logica una delle poche cose certe trovate a bordo del Mary Celeste: i profondi tagli fatti con asce ben acuminate nelle murate della nave. A meno di ricorrere alla metapsichica o alla fantascienza, oggi tanto di moda. Quello che rimane indubbio è il fascino di un mistero che non ha precedenti negli annali della marineria e forse non avrà mai altri esempi.
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