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(1912)

 L'affondamento del Titanic non fu soltanto il più grande disastro marittimo di tutti i tempi : si può dire che chiuse un'epoca, l'epoca della fiducia. Nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1912, presso il banco di Terranova, nell'Atlantico settentrionale, furono -forse per l'ultima volta- rigorosamente applicate le regole di una cavalleria un po' romantica che costituiva, in senso esteriore, il punto d'arrivo della civiltà occidentale. Furono salvate per prime le donne e i bambini, mentre gli uomini (e fra essi miliardari famosi come John Jacob Astor) si rassegnarono a perire con dignità di gentlemen. Fu rispettata -anche qui per l'ultima volta- la divisione per classi, e, senza proteste, i passeggeri di seconda e di terza classe aspettarono pazientemente il loro turno e scomparvero in gran numero nelle acque gelide dell'oceano. Tramontò il mito della indistruttibilità di un prodotto della tecnologia moderna e, anzi, il Titanic fu considerato un esemplare ammonimento alla presunzione umana. Un mondo che sembrava sicuro e inviolabile, soprattutto per i ricchi, affondò insieme con il transatlantico. Non è dunque assurdo, come qualcuno ha sostenuto, ritenere che la perdita del Titanic sia quasi un'anticipazione e un presagio di quello che doveva accadere qualche anno dopo, allorché la prima guerra mondiale diede il colpo di grazia a una mentalità e a un modo di vivere. Quando, il mattino di mercoledì 10 aprile, il possente Titanic si staccò dal molo di Southampton con un carico di personalità valutate trecento milioni di dollari di allora (c'erano, oltre i coniugi Astor, John B. Thayer, magnate delle ferrovie, Benjamin Guggenheim, Isidor Straus, creatore dei grandi magazzini Macy's, George Widener, l'uomo più ricco di Filadelfia, Archie Butt, aiutante di campo del presidente americano Taft, W.T. Stead, noto giornalista), l'intera Inghilterra si sentiva orgogliosa di una simile nave. Il Titanic compiva la sua traversata inaugurale e la sua meta era New York. Apparteneva alla compagnia "White Star Line", rivale della "Cunard" , e il suo presidente, Bruce Ismay, era a bordo insieme con il costruttore Thomas Andrews: la nave era uscita pochi mesi prima, nuova di zecca, dai cantieri Harland e Wolff di Belfast. Aveva una stazza lorda di 46.328 t., un dislocamento di 66.000 t., misurava 270 metri di lunghezza, con una larghezza massima di 28 metri. Poteva portare oltre tremila persone, fra passeggeri ed equipaggio, ma per l'occasione ospitava, in totale, 2.207 persone. Munita di doppi fondi per tutta la sua lunghezza, era divisa in 16 compartimenti stagni: nell'insieme, con i suoi quattro alti fumaioli, era più imponente del Mauretania e del Lusitania, due colossi della "Cunard". L'idea che fosse inaffondabile aveva indotto a ridurre al minimo il personale di coperta, quello composto di veri marinai. Abbondavano invece, come in un grande albergo di lusso, i camerieri. Anche le scialuppe di salvataggio, ciascuna capace di una cinquantina di posti,, erano poche, sedici in tutto, oltre a quattro canotti; ma nessuno se ne preoccupava, visto che non avrebbero mai dovuto servire. Il comandante, Edward J. Smith, era un vecchio lupo di mare, e il suo stato maggiore sembrava efficientissimo. Un incidente, avvenuto all'uscita del porto di Southampton, fece da preludio al viaggio: il risucchio dello scafo del Titanic ruppe i cavi d'ormeggio del piroscafo New York e lo spinse contro il transatlantico. La collisione fu evitata per pochissimo.

Poi il Titanic, toccata Cherbourg dove imbarcò altri passeggeri, raggiunse Queenstown, in Irlanda. Qui salirono molti emigranti e finalmente, giovedì 11 aprile, alle cinque del pomeriggio la costa europea fu persa di vista e la nave si lanciò verso l'Atlantico.Tutto andò bene fino a domenica 14 aprile: nei saloni era un susseguirsi di feste, riservate agli illustri o­spiti della prima classe. Il mare era calmo: solo, per es­sere primavera avanzata, faceva un freddo innaturale.La circostanza fu notata non solo dall'equipaggio, ma anche dai passeggeri. Qualcosa di più se ne sapeva nella cabina dei radiotelegrafisti, dove funzionava il nuovo impianto Marconi. Già da venerdì 12 alcuni piroscafi avevano avvertito il Titanic che, sulla rotta che stavano seguendo, a sud di Terranova, avevano avvistato ghiacci galleggianti: nessuno, però, sul Titanic se ne preoccupò. La nave non era forse inaffondabile? E, poi, ghiacci alla deriva non erano una novità in quella zona e in quella stagione. Il Titanic continuò a filare a 21 nodi, come se volesse battere il record della traversata. Alle 19.50 di domenica 14 un messaggio particolarmente allarmante fu inviato al Titanic dalla piccola nave Mesaba. Diceva: “Avvistato un gran numero di grossi iceberg” “Ricevuto, grazie”. fu la laconica risposta. Quel messaggio così importante non fu però mai consegnato in plancia di comando: il capo radiotelegrafista Phillips, esausto per il gran lavoro (trasmetteva un'infinità di messaggi privati), lo mise sul tavolo sotto un fermacarte e se ne dimenticò: neppure il suo giovane aiutante Bride ne fu informato. In quel momento il Titanic toccava quasi i 23 nodi di velocità, il tempo era bello, sembrava non ci fosse foschia. Il comandante Smith si ritirò in cabina dopo le 22. Due vedette furono inviate sulla coffa dell'albero di prua per segnalare eventuale presenza di ghiaccio: era una precauzione normale e non fu ritenuto necessario rinforzare la sorveglianza neppure quando, alle 22.40, Murdoch, il primo ufficiale cui toccava il turno di guardia, ricevette da un piroscafo proveniente dalla direzione opposta segnali luminosi che dicevano: «Siamo, appena passati attraverso una spessa banchisa con parecchi icebergs». «Messaggio ricevuto. Grazie. Buona notte», fu la risposta, distaccata e formale. Il Titanic continuò a marciare nel buio alla massima velocità, sulla stessa rotta. Alle 23 e 40, circa un'ora dopo, una delle due vedette, Fleet, informò per telefono la plancia: “Iceberg diritto di prua!” Murdoch fece mettere tutto il timone a dritta, ma era troppo tardi: trenta secondi dopo un rumore sordo si senti giù in basso, lungo la murata verso prora. Qualcuno lo paragonò allo sfregamento di una enorme catena contro il metallo. Non tutti i passeggeri se ne preoccuparono: alcuni, che già dormivano nelle loro cabine, saltarono giù dal letto, ma Poi, vedendo che sulla nave tutto pareva tranquillo, si ricoricarono.

Altri, che giocavano a carte nella sala da gioco, ripresero la loro partita. In principio l'opinione diffusa fu che non fosse nulla di grave e che tutt'al più il Titanic avrebbe subito un ritardo. Ci fu chi scherzò sull'incidente, e qualcuno che era salito fino alla prua portò giù dei pezzi di ghiaccio, rimasti in coperta dopo l'urto, cominciando a tirarseli come palle di neve. Parecchi non udirono neppure il rumore della collisione.

Diversamente la pensava il comandante Smith, bruscamente svegliato: dopo una rapida ispezione e affannose consultazioni con il costruttore della nave Andrews, egli giunse alla conclusione che A destino del Titanic era segnato. Da uno squarcio lungo una trentina di metri sotto la linea di galleggiamento (uno squarcio che tendeva ad ampliarsi a causa della velocità residua del transatlantico) l'acqua entrava a torrenti e le pompe, messe in funzione, non riuscivano a contenerla. Cinque compartimenti stagni erano già allagati. Si trattava di sapere per quanto tempo il Titanic avrebbe potuto resistere: «Due ore, al massimo», fu l'agghiacciante risposta di Andrews. Da ogni parte, d'altronde, giungevano notizie sempre peggiori: “L'ufficio postale è già allagato”, "I bagagli galleggiano nella stiva”. Pure, anche quando cominciò a trapelare la gravità del disastro, fra i passeggeri non ci fu panico. Erano convinti che la nave non sarebbe affondata o che, per lo meno, tutti avrebbero potuto salvarsi. Poco dopo mezzanotte incominciò la preparazione delle scialuppe, ma fu subito chiaro che ben pochi marinai sapevano maneggiarle: non era mai stata fatta una esercitazione e si dovette improvvisare la manovra in mezzo a una crescente confusione. Intanto il comandante Smith si era affacciato alla cabina dei telegrafisti, ordinando di lanciare una chiamata urgente di soccorso. Phillips rimase sbalordito e lanciò più volte il segnale "CQD", allora in uso, con le coordinate: 410 46' lat. N, 50' 14' long. 0. Bride gli suggerì di trasmettere anche un SOS: «Phil nuovo segnale di chiamata», disse; e aggiunse, tra il serio e lo scherzoso: «Può darsi che sia la tua ultima possibilità di usarlo». Fra i primi a ricevere l'appello fu il Carpathia, un piroscafo della "Cunard" che rispose di aver invertito immediatamente la rotta e di trovarsi a 5  8 miglia dal Titanic: marciando a tutta forza sperava di arrivare entro quattro ore. Altre navi risposero e si diressero verso il Titanic, ma erano molto più lontane.

Intanto si stavano imbarcando i primi passeggeri: sulle lance del lato di sinistra fu osservata rigorosamente la regola "Prima le donne e i bambini"; sul lato di dritta si fecero invece parecchie eccezioni e non pochi uomini si imbarcarono, compresi camerieri e fuochisti. Le cose andavano a rilento anche perché molte donne non volevano separarsi dal mariti e dai figli e dovettero essere spinte a forza nelle imbarcazioni: gli uomini si comportavano con grande galanteria e si tiravano volentieri da parte, rassicurando le signore che le avrebbero presto raggiunte. Le prime lance, pero, vennero calate semivuote: il nervosismo si stava impadronendo degli ufficiali e, poiché ai passeggeri di seconda e di terza classe non era stato ancora consentito di raggiungere il ponte-lance, se attorno alle scialuppe non c'erano abbastanza occupanti le imbarcazioni venivano sbrigativamente messe in mare. Intanto l'orchestra aveva cominciato a suonare. «Tutto avveniva in termini così formali», ricordò una testimone. «Che era difficile rendersi conto che si trattava di una tragedia. Era uno strano spettacolo: sembrava un dramma recitato per divertimento. Gli uomini rimasti sul ponte conversavano, fumavano, passeggiavano con la massima tranquillità». Ma la nave affondava sempre più e il tempo stringeva: ormai si stava facendo strada la convinzione che solo nelle scialuppe era la salvezza e le ultime vennero calate stracariche correndo il pericolo di rovesciarsi. Un'enorme folla, tuttavia, era ancora sui ponti, in gran parte formata dai passeggeri di terza finalmente liberati: quando comprese che non c'era più speranza, quella, massa umana singinocchiò e pregò ad alta voce. Non ci furono scene di disperazione.

L'orchestra, con eroica impassibilità, attaccò un noto inno evangelico: "Autunno. Intanto era stato notato, con i cannocchiali, che un'altra nave appariva immobile non lontana dal Titanic, una decina di miglia al massimo: Boxhall, quarto ufficiale, prese l'iniziativa di lanciare, a brevi intervalli, otto razzi bianchi, segnale di pericolo e richiesta di soccorso immediato. Dalla misteriosa nave non fu risposto, e neppure si rispose ai lampeggiamenti manuali e alle segnalazioni Morse.Per il Titanic, ormai, era la fine: alle due e venti la prua si abbassò rapidamente, mentre la poppa si sollevava quasi verticalmente: tacquero le ultime note dell'orchestra, tutte le luci si spensero e, un istante dopo, la nave inaffondabile iniziò la sua corsa nell'abisso. Sotto di sé aveva 3.700 metri di oceano gelido e ostile. Due ore dopo le scialuppe che vagavano alla deriva, su un mare fortunatamente liscio come l'olio, furono raccolte dal Carpathia: ma invano furono cercati altri superstiti, nelle acque gelide. Quando gli scampati poterono essere contati, erano poco più di 700: oltre 1.500 fra uomini, donne e bambini, erano periti. Fra gli scomparsi, un centinaio di donne su 415 (81 di terza classe) e una cinquantina di bambini su 105 (tutti di terza classe). Perirono, insieme con il comandante Smith, il costruttore Andrews, il capo telegrafista Phillips, molti ufficiali (i più alti in grado che si salvarono furono il secondo ufficiale Lightoller e il quarto ufficiale Boxhall), e gli otto orchestrali che fino all'ultimo avevano suonato sul ponte. Quasi tutti i miliardari trovarono la morte, mentre quasi tutte le loro mogli e i loro figli più giovani sopravvissero: sopravvisse anche Ismay, presidente della compagnia, contro il quale, fin dal principio, si levò un coro di accuse. All'arrivo a New York un sinistro silenzio accolse gli sbarcati dal Carpathia; dalla folla in attesa si staccò un uomo che corse a stringere la mano al telegrafista Bride. Era Guglielmo Marconi. In America fu subito aperta un'inchiesta e i giornali spararono a zero contro il comandante Smith e l'armatore Ismay. I maggiori strali, però, furono diretti contro il comandante della misteriosa nave che aveva ignorato i segnali di soccorso del Titanic, pur essendogli vicinissima: la nave fu identificata nel Californian, bloccata in un banco di ghiaccio, e il suo capitano, Stanley Lord, fu bollato per sempre con un marchio di infamia. L'uomo si difese in modo vago e reticente, affermando di aver visto i razzi ma sostenendo che la nave che li aveva lanciati non poteva essere il Titanic e perché, dopo un po', si era allontanata. Anche l'inchiesta inglese, seguita a quella americana, non cavò molto di più a quel rozzo comandante, la cui inerzia fu attribuita a disinteresse e a malvolere. L'inchiesta inglese mise però anche in luce che le cause della tragedia erano state:

  • l'eccessiva fiducia (il famoso romanziere Conrad scrisse: «Tutti a bordo si cullavano in un falso senso di sicurezza»);

  • la insufficienza di sorveglianza dinanzi al pericolo degli icebergs;

  • l'eccessiva velocità mantenuta dalla nave in una zona tanto rischiosa.

S'intende che queste ultime due cause derivavano strettamente dalla prima. Quanto alla questione del perché l'iceberg fosse stato visto così tardi, si diede credito alla tesi di Lightoller, il quale affermò che la massa di ghiaccio doveva essersi capovolta poco prima e quindi la parte bianca e visibile era rimasta sott'acqua, mentre il altra, di minori dimensioni, appariva oscura perché intrisa di salsedine. In conclusione l'inchiesta parlò di un "concorso di fatali circostanze », ma il pubblico non se ne accontentò: un gruppo di parenti delle vittime ricorse al tribunali che condannarono la compagnia, dalla quale, nel frattempo, Ismay era stato allontanato. Qualcuno rispolverò anche uno strano libro, uscito nel 1898 e intitolato Vanità: lo scrittore, uno sconosciuto il cui nome era Morgan Robertson, aveva narrato come un favoloso transatlantico, delle stesse dimensioni del Titanic, pieno di gente ricca, fosse naufragato al suo primo viaggio, in una fredda notte d'aprile, dopo una collisione con un iceberg. Quel transatlantico immaginario si chiamava Titanic.

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