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Progetti di 4D   Home   Riti, miti e leggende sull'acqua

Miti:

Miti greco-romani

L’elemento liquido, nei suoi molteplici aspetti, era concepito dai Greci come un unico – e prezioso- regno della natura, alle cui manifestazioni soprintendevano esseri divini di tipo e carattere vario. Le credenze, diverse dall’una all’altra epoca storica, accentuarono l’importanza ora di questa, ora di quella figura, donde qualche contraddizione nei sistemi cosmologici; nel complesso però le singole personalità rimasero abbastanza distinte, e fu anche rispettata l’ovvia suddivisione fra divinità delle acque dolci e divinità delle acque salse.

OCEANO(Okeanòs) è, per come Omero, da una parte il vasto fiume che circonda e contiene la terra e il mare; dall’altra, persona, il principio di tutte le cose, e quindi l’incantesimo padre degli dei. Da lui hanno origine le acque marine, nonché quelle dei laghi circolari, all’estremo oriente e all’estremo occidente, abita il popolo favoloso dei pii Etiopi; i Cimmeri, dei fiumi, delle fonti; il sole sorge dalle sue onde e in esse cala. Sulle sue rive dimorano in una regione tenebrosa di là dell’Oceano; di qua della libera cintura, sul confine occidentale si stende “Elysion pedìon”, la pianura elisia, ove gli uomini vivono tranquilli e felici.

Là, lontano dal mondo e dal suo trambusto, dimora, sereno e mite, il vecchio dio Oceano con la compagna TETI, la madre di tutti gli dei; mai non partecipa alle assemblee dell’Olimpo, riconosce soltanto la supremazia di Zeus. Diversamente lo situa Esiodo: figlio di Uranio e di Gea, forma con la sorella Teti la coppia più anziana di Titani, e vanta una discendenza formidabile per numero:3000 fiumi e 3000 oceanine; persiste quindi, sebbene modificata, l’idea che da Oceano abbiano origine tanto le acque salse quanto le dolci, e ciò come conseguenza del fatto che Esiodo dubiti si tratti di un vastissimo fiume, in forma di anello.

In quanto figli di Oceano e di Teti, i fiumi erano partecipi della natura divina e pertanto oggetto, presso i Greci, di culto religioso in generale; alcuni poi godevano di maggiore venerazione, sia perché menzionati in antichissime leggende, sia perché rappresentativi delle singole regioni. Ad esempio l’ACHELOO, il fiume più ampio della Grecia, il più anziano dei figli di Oceano, era adorato come divinità anche nell’ACAIA, in Atene, a Rodi, in Sicilia, e le sue figurazioni abbondano: in talune ha corpo taurino, testa di uomo barbuto; in altre,corpo umano e testa taurina.

Secondo una leggenda avrebbe lottato con Eracle per il possesso di Deianira, e il romano Ovidio narra che, vinto una prima volta, si trasformò in serpente, poi in toro. Invano perché l’eroe lo abbattè ugualmente e gli strappò una delle corna; il dio fluviale tuttavia la riebbe offrendo in cambio il miracoloso corno dell’abbondanza o di AMALTEA. Acheloo era invocato nei giuramenti; l’oracolo di DODONA aggiungeva ad ogni responso l’ordine di offrirgli un sacrificio. Senza uguagliare in importanza religiosa il “re dei fiumi” Acarnanio, altri corsi d’acqua furono divinizzati nelle rispettive regioni: in Beozia, l’ASOPO, le cui figlie furono amate da Zeus, da Apollo, da Posidone; nella Focide e in Beozia, il CEFISO, padre del bel Narciso che, avendo ripudiato l’amore della ninfa Eco, fu punito da Afrodite con una struggente passione per la propria immagine riflessa nell’acqua: il suo supplizio terminò con la morte e con la conseguente metamorfosi nell’anonimo fiore, sacro a Proserpina e a Ade. Nell’Elide, a proposito del dio-fiume ALFEO, si narrava la nota leggenda del suo tenace amore per la ritrosa ninfa Aretusa che, fuggendo, arrivò all’isoletta Ortigia, nel porto di Siracusa, ove Artemide- ascoltando le sue invocazioni- la trasformò in fontana. Ma anche là la raggiunse il fiume, attraversando il mare Ionio senza mescolare le sue acque alle onde. Nell’Arcadia era venerato il LADONE , padre di Siringa che fu amata dal dio Pan; nell’Argolide, l’INACO , padre di Io; nella Laconia, l’EUROTA, capostipite degli Spartani. Fuori della Grecia, in Tessaglia era oggetto di culto il PENEO; nella Troade, lo SCAMANDRO o XANTO che, nell’Iliade combatte contro Achille onde è prosciugato da Efesto; nella Caria, il MEANDRO, che si diceva derivasse dal re suicida nelle sue acque. Anche le figlie dei fiumi erano delle divinità, per quanto di grado inferiore; appartenevano alla grande categoria delle ninfe delle acque dolci, la quale comprendeva inoltre le NAIADI le CRENIADI o PEGEE dimoranti nelle fonti e sorgenti ;le LIMNADI ,o ninfe degli stagni. Come le loro sorelle degli alberi, dei boschi, dei monti, queste ninfe ricevettero un culto che nei secoli tardi sentì il bisogno di erigere speciali, o soventi sontuosi, santuari,detti “nymphàia” , ove si celebravano i matrimoni, e si offrivano alle leggiadre fanciulle capre, agnelli, latte, olio: La credenza popolare non le riteneva immortali concedeva però loro il privilegio di una immutabile giovinezza e bellezza, perché si nutrivano di ambrosia. A guisa di spiriti benevoli, le ninfe proteggevano: i luoghi dove abitavano, sovente s’accompagnavano a divinità maggiori, come Artemide, Dioniso, Apollo, Hermes, e Pan; talvolta sposavano dei mortali: Le Naiadi, che sono spesso raffigurate con l’urna o con la rana, erano particolarmente propizie alle piante e ai greggi;le ninfe di certe fonti possedevano il potere di guarire o di infondere il dono dell’ispirazione poetica e della profezia: due virtù di ovvia interpretazione.

L’unico mito in cui le ninfe delle acque risultino pericolose,è quello di Ila, il bel giovinetto compagno di Ercole nella spedizione degli Argonauti. Durante un approdo sulla costa della Misia,egli si allontanò per attingere acqua a una fonte , e più non fece ritorno : le ninfe lo trattennero per sempre nella loro liquida dimora. Per secoli gli abitanti di quella regione continuaronoad offrire sacrifici annuali a Ila nei pressi dell’infausta fonte: tre volte il sacerdote gridava il suo nome, come per chiamarlo; tre volte l’eco lo ripeteva. Ninfe di fontane celebri furono AGANIPPE, CASSOTIDE e CASTALIA, PIRENE, presso Corinto; AGNO,connessa al monte Liceo nell’Arcadia.Pure nell’Arcadia si favoleggiava della ninfa ARGIRA che amò epoi abbandonò il pastorello Sèlemnos; questi, da Afrodite impietosita per il suo sconforto, fu trasformato nell’omonimo fiume, il quale elargiva – a chiunque si bagnava nelle sue acque – l’oblio delle sofferenze d’amore. Fra le divinità minori delle acque dolci possiamo includere anche le Oceanine, in quanto figlie del più vasto fra i fiumi della terra ma soltanto Stige, la più anziana di tutte, ascese a qualche importanza religiosa: fu infatti la prima divinità che accorse, con la prole, sull’Olimpo quando Zeus mobilitò gli immortali per la guerra contro i titani, onde le toccò l’onore di consacrare col suo nome i solenni giuramenti degli dèi. Stige appare anche come la ninfa dell’omonimo fiume infernale, corrispondente alla decima parte delle acque di Oceano; anche a questa Stige è assegnato il compito di punire eventuali spergiuri.

Le divinità minori delle acque marine hanno per capostipite ponto generato da gea all’inizio di tutte le cose, sennonché egli rimase sempre una figura astratta; parecchi miti fiorirono attorno alla discendenza che ponto procreò unendosi alla propria madre, e taluni adombrano poeticamente l’esperienza che del mare avevano i Greci.

Nereo, che con l’oceanina Doride generò cinquanta Nereidi era detto “il vecchio del mare”, e lo si immaginava giusto, mite, benevolo verso i mortali; come le altre divinità delle acque, possedeva il dono della profezia e la capacità di assumere qualsiasi forma, a suo piacimento. Ne fece la prova Eracle quando volle sapere da lui il modo migliore per impadronirsi dei pomi delle Esperidi: Nereo, sorpreso nel sonno, si trasformò in mille modi, rassegnandosi a parlare solo dopo che l’eroe lo ebbe legato. Fra le Nereidi ricordiamo Galatea che secondo il mito siciliano vide ucciso da Polifemo il suo amante, il pastore Aci e la bellissima Tetide, moglie di Peleo e madre di Achille. Anche Proteo è noto già ad Omero che ne fa un guardiano delle foche di Afrodite e gli assegna, come sede del suo sonno meridiano, l’isola di Faro, davanti alla costa egizia. Vecchio, saggio, indovino, capace di qualsiasi metamorfosi si comportò con Menelao, reduce da Troia, come Nereo con Eracle, e fu con gli stessi mezzi costretto a parlare. Vero è che l’aveva tradito fornendo consigli al visitatore, la sua stessa figlia Idotea. Tritone, l’unico figlio di Posidone e di Enfitrite, dimorante con loro nell’aureo palazzo sottomarino, era concepito come un essere metà uomo, metà pesce, che viaggiava sulle onde di un carro trainato da cavalli, soffiando ora forte ora piano in una conchiglia marina, secondo voleva agitare o placare il mare. Questa, l’immagine più antica; dopo il quarto secolo a. C. si cominciò a favoleggiare di numerosi Tritoni, scherzosi compagni delle Nereidi, e si complicò anche la loro figura fisica: petto ed estremità anteriori assunsero aspetto equino. Il Tritone figlio di Posidone ebbe, secondo alcuni, il centro primitivo del suo culto nella Beozia; secondo altri nella regione costiera della Libia. Glauco, detto “Ponzio” fu in origine un umile mortale, un pescatore di Antedone, città costiera della Beozia il quale un giorno osservò che i pesci da lui catturati, mangiando una certa erba, ritrovavano la forza per gettarsi in mare e così salvarsi. Volle assaggiarla egli pure e, in preda a delirio, si gettò nelle onde, ove Oceano e Teti lo accolsero con affetto e lo trasformarono in una divinità. Diventato immortale, acquistò il dono della profezia, e fu connesso all’oracolo di Delfo; infelice negli amori, si narrava che ogni anno girasse per le coste e per le isole dell’Egeo, facendo tristi predizioni e lagnandosi di non poter morire; onde pescatori, marinai e naviganti gli votavano il fervido culto, per averlo propizio. In arte è raffigurato come un pescatore o come un uomo con la coda di pesce e il petto coperto di conchiglie.

Posidone   Il dio del mare al quale i Romani fecero corrispondere il loro Nettuno, è ritenuto oggi un predecessore autoctono del sommo Zeus, in altre parole un signore del mondo che poi decadde a funzioni più limitate. Nel suo emblema, il tridente, si scorge infatti una stilizzazione del primordiale fulmine; nella sua copiosissima prole abbondano i giganti e i mostri, altro indice di antichità remota; infine più di un epiteto lo ricollega alla terra. Fu dunque in origine un dio celeste (del tuono), un dio della terra (che in vari miti egli disputa ad altre divinità), un dio dell’elemento liquido; in epoca storica serbò soltanto l’ultimo attributo ma illimitato: regnò cioè sul mare come un altro Zeus, fu pari al fratello in dignità. Figlio di Crono e di Rea, per Omero Posidone è il fratello minore di Zeus; per Esiodo il fratello maggiore che riceve gli appellativi di “gaiéokhos” (signore della terra) e di “ennosìgaios”, quest’ultimo con riferimento ai terremoti. Nell’Iliade è menzionata la spartizione della signoria del mondo, dopo la vittoria su Crono e sui Titani, cioè l’assegnazione del mare a Posidone, che ha il suo palazzo nelle profondità marine; ma un passo dell’Odissea dice esplicitamente che lo stesso Zeus lo riconosce come il più anziano e l’ottimo fra gli dèi. Anche queste contraddizioni confermano l’ipotesi di una preistorica e indiscussa preminenza del dio confinato da ultimo fra tritoni e delfini, ma non perciò destituito dal ruolo di grande divinità dell’Olimpo o ridotto a una delle tante figure secondarie. Omero conosce poi la leggenda relativa alle mura di Troia, costruite da Posidone forse in compagnia di Apollo, per il subdolo re Laomedonte, e un commentatore spiega questo strano servizio come un castigo inflitto da Zeus al dio che aveva partecipato a una congiura contro di lui ordita da Hera e da Athena. Posidone, irritato da Laomedonte, mandò un mostro marino che divorava la gente della pianura, e gli oracoli dichiararono che la calamità sarebbe cessata solo se in pasto al mostro fosse stata offerta la figlia del re. Per fortuna la fanciulla, incatenata a una roccia fu salvata da Heracle; ma anche verso di lui Laomedonte si rese spergiuro. Dati questi precedenti si capisce come nell’Iliade il dio non manifesti molta simpatia per i Troiani; tuttavia non si può accusarlo di ostilità irriducibile perché sottrae all’infuriante Achille il soccombente Enea, non ancora destinato a morire. Nell’Odissea perseguita Ulisse ma questi gli ha accecato il figlio Polifemo; fa annegare nei flutti Aiace di Olieo, ma questi lo ha sfidato vantandosi di saper sfuggire a tutte le insidie del mare.

Il breve inno Omerico già raduna gli attributi che diventarono ufficiali:   “Di Posidone, dio potente, io comincio a cantare, di colui che scuote la terra e l’infecondo mare, dio marino che dispone dell’Elicona e dell’ampia Ege. Duplice ufficio a te, Enodigeo, commisero gli dei: essere domatore di cavalli e salvatore di navi.  Salve Posidone, della terra signore dagli scuri capelli; con il cuore propizio, o beato, i naviganti aiuta”    Come patrono dei navigatori, dei marcanti, dei pescatori, egli fu venerato soprattutto lungo le coste e nelle isole della Grecia: un suo tempio grandioso sorgeva sul Capo Sunio, la punta meridionale dell’Attica; santuari importanti erano sparsi nelle isole di Egina, Eubea, Teno, Rodi. La stirpe ionica lo riteneva suo capostipite e quindi lo onorò come dio nazionale. A Corinto erano celebrati ogni due anni in suo onore i giochi istmici, festa solenne in tutta la nazione greca ove alle gare ginniche seguivano concorsi di poesia e di musica. Posidone era anche l’Enosigeo, cioè l’autore dei terremoti che cambiano l’aspetto dei luoghi; sotto questo aspetto lo veneravano molte regioni dell’interno. Poiché il suo tridente faceva zampillare l’acqua dalle rocce e dal suolo, divenne anche una divinità delle fertili fontane. Infine fu considerato il dominatore o il creatore del cavallo, come risulta dal citato inno omerico, da alcune leggende e dall’epiteto “hippios” che egli riceveva in molte città; si suppone che il nesso fra i dio marino e il quadrupede continentale sia sorto per l’immagine poetica delle onde in tempesta. Il cavallo era con il delfino, l’animale sacro a Posidone, e in onore del dio avevano luogo gare ippiche; gli erano anche offerti in sacrificio tori di pelame scuro, che, nelle feste “Tauréia”, erano precipitati vivi in mare. Si ritiene che il toro simboleggiasse la burrasca come il mite delfino la bonaccia. La dimora sottomarina del dio, nelle profondità dell’Egeo, è descritta minuziosamente da Omero: un magnifico palazzo d’oro icorruttibile, dal quale Posidone esce sopra un crocchi trainato da veloci destrieri che hanno gli zoccoli di bronzo e la criniera d’oro; parimenti d’oro sono la frusta e le vesti del dio. I destrieri partono al galoppo, i mostri marini balzano all’intorno, festeggiando il loro re; così rapida è la corsa sulle onde che la sala del cocchio non riesce a bagnarsi. In arte, il tipo di Posidone somiglia molto a quello di Zeus per il sereno vigore e la maestà imponente.