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Progetti di 4D Home Riti, miti e leggende sull'acqua Leggende Leggende sulle ISOLE ATLANTIDE: uno dei miti più affascinanti che l'antichità ci abbia saputo lasciare. L'isola sommersa. Il
primo a scrivere più dettagliatamente dell'isola Atlantide fu Platone nei suoi
due dialoghi il "Crizia" e il "Timeo". Platone nel suo
dialogo in cui parlò più dettagliatamente di Atlantide, il "Crizia",
scrisse prima di come gli dei si divisero il mondo e le sue regioni e poi
incominciò a parlare prima di Atene e poi della favolosa Atlantide.
Quest'isola, secondo l’interlocutore Crizia che è a parlare nel dialogo, si
trovava oltre le Colonne d'Ercole (lo Stretto di Gibilterra, chiamato così da
Erodoto nel V secolo a.C.). Il racconto va avanti con la storia del viaggio di
Solone a Sais avutasi nel 590 a.C. dove tramite un sacerdote di Iside viene a
conoscenza di una splendida isola che si trovava al di là delle Colonne
d'Ercole e della sua evolutissima civiltà che secondo il sacerdote governò per
secoli il mondo. Però un grande cataclisma 9000 anni prima dell'arrivo di
Solone a Sais colpì l'isola facendo sprofondare le sue montagne e la sua
civiltà nei flutti del mare. Il sacerdote raccontò che una povera coppia di
sposi, Evenor e Leucippe, viveva una volta su un’isola rocciosa con la figlia
Clito. Poseidone, dio del mare, fu colpito dalla bellezza di Clito e la sposò.
Poi diede una nuova forma all’isola per farne una dimora adatta alla sua
sposa. Fece una serie di fasce di terra e mare, con un’isola al centro, piena
di sole e bellezza. Le pianure fertili producevano grano, frutta e verdura; le
colline boscose ospitavano animali di ogni specie, persino branchi di elefanti;
nel sottosuolo c’erano minerali preziosi. Clito diede a Poseidone cinque
coppie di gemelli maschi. Tutti quanti furono re, e il maggiore, Atlante, fu il
sommo re, così come i suoi figli. L’Isola della Calamita Raccontava
un vecchio pescatore che un certo capitano Anselmo, ardito navigatore non si sa
più di qual terra rivierasca, ebbe la sorte di toccare l’isola della calamita
e di tornare sano e salvo, cosa che non si era ami verificata sino allora per
altri. Questo capitano Anselmo, usava far rotta dai porti italiani fino alle
città anseatiche, andando e tornando con varie mercanzie lungo le coste
atlantiche e mediterranee. Durante uno di questi viaggi, mentre era in vista
della coste portoghesi, la sua nave fu colta da un fortunale di violenza
inaudita e per molti giorni rimase in balia delle onde. Quando i flutti si
calmarono, il veliero, disalberato e impoppato, andava alla deriva come un
rottame qualsiasi. Capitan Anselmo e l’equipaggio scrutarono invano l’orizzonte:
l’immensità del mare li cingeva da ogni lato. Nessuna possibilità esisteva
per calcolare la distanza dal continente. I giorni si succedevano ai giorni e la
loro situazione non cambiava: da ogni parte la sottile linea dell’orizzonte i
cingeva come un malefico anello incantato. I viveri e l’acqua cominciavano a
mancare. Ma un giorno notarono come una grande montagna bruna che si ergeva
verso il cielo. Il mare era calmissimo, non vi era alcun alito di vento. Per
spingere la nave verso quella terra si pensò di costruire dei remi di fortuna.
Mentre l’equipaggio di gran lena erano intento nel suo lavoro, capitan Anselmo
stava a prua , cercando di riconoscere la misteriosa isola. Ad un tratto gli
cadde lo sguardo sul tagliamare e si accorse che la nave andava con velocità
sostenuta verso la terra lontana. Quando l’equipaggio apprese la novità,
lasciò il lavoro e si strinse attorno al capitano, quasi ad attendere una
spiegazione. Ad un tratto si accorsero che man mano che si avvicinavano la
velocità dello scafo aumentava paurosamente. I poveretti non sapendo che fare
caddero in ginocchio pregando fervidamente. L’sola dei beati Secondo una leggenda scozzese del VI secolo, San Brandano partì dalla Scozia con dodici monaci, alla ricerca dell’isola dei Beati e navigò sette giorni verso ponente con calma di mare. Nell’ottavo giorno si levò un vento meridionale, che lo spinse verso tramontana, finché trovò un’isola piena di sporcizie, fetida e fumigante. Egli ed i suoi compagni, avvolti in una densa nube fumosa, non potevano distinguere nulla, ma sentirono un gran soffiare di mantici e cupi boati e subito dopo furono assaliti da uno stuolo di diavoli che li misero in difficoltà. Continuando il viaggio, il santo incontrò Giuda che andava alla deriva aggrappato ad uno scoglio galleggiante battuto dal vento e dalle onde; trovò quindi un’isola abitata e governata da pecore più grosse dei buoi, successivamente un’altra, dimora degli angeli che si ribellarono al Creatore, e finalmente quella dei Beati, dove soggiornò qualche tempo prima di far ritorno in patria. La misteriosa isola di fronte alle canarie Gli abitanti delle Canarie erano concordi nell’asserire che spesso si vedeva verso ponente una grande isola, distante circa ottanta miglia, dominata da alti monti, e non già in tempi oscuri e incerti, ma bensì nella serenità delle più belle giornate tropicali. L’isola però non si scorgeva che ad intervalli e vi erano giorni anche sereni in cui non se ne vedeva traccia; ma quando appariva era così chiara e nitida che bastava volgere l’occhio dalla sua parte per poterla scorgere chiaramente. Molte furono le spedizioni che , autorizzate o meno dal Re di Portogallo, si mossero per scoprirla e prenderne possesso; ma sempre inutilmente perché non portarono alcun elemento positivo. D’altra parte l’isola, dopo essere rimasta per qualche tempo nascosta, ricompariva sempre e persona e di dignitosissima fede attestavano di averla vista più volte. Non si poteva dunque dubitare della sua esistenza, ed attribuendo all’imperfezione dei mezzi tecnici allora in uso la sua “ non scoperta”, si finì sul porla sulle carte. Essa è infatti segnata in una carta italiana del 1605 e in un manoscritto inglese del 1636 conservato nella biblioteca di Dublino. I tentativi per scoprire la misteriosa isola furono ripetuti molte volte; l’ultima spedizione intrapresa a tal fine ebbe luogo nel 1721. Don Giuseppe De Viera nella sua “ storia delle Canarie”, scriveva non esservi problema più difficile da risolvere in fatto di geometria; poiché sostenere che l’isola esistesse, significava rinunciare alla critica, al senno ed alla ragione, negarla era togliere ogni fede alla tradizione ed all’esperienza e supporre che tanti personaggi degni di fede fossero usciti di senno. | ||||||||||||||||||||||